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Giovanni Di Stefano

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Scorci, vedute…Istantanee si dipanano, nelle opere di Giovanni di Stefano, nella semplicità del piccolo ed infinito mondo della dimensione esistenziale. Talvolta le pennellate si innalzano con furore, per configurare l’anatomia di un temperamento, nervoso e psicologico, che si ferma, si concentra nell’espressività di uno sguardo. Sono occhi che aprono uno squarcio sul mondo dell’interiorità dell’essere umano. E’ la rappresentazione dell’uomo che si svela guardando…Guardandoci! l’artista coglie i tratti dell’umano nella sua veridicità, nella nuda e diretta espressione del sé. Si allontana dalla dimensione platonica per ritrovare l’uomo,  attraverso un corpo capace di raccontarsi con la propria gestualità e interazione con il mondo. E’ l’uomo che guarda ed è guardato! Per esistere ed affermare la propria unica e personale identità (Fumatore). Addentrandoci in questo fervore di gesti e moti interiori, possiamo successivamente assaporare il tepore della placida laboriosità del quotidiano, dove la componente psichica viene assorbita nell’apparente staticità di figure pervase dalla concentrazione, incastonate nello svolgimento di un’azione. Si tratta di atti semplici, ma ricchi di quella tensione del fare che si esplica nell’atemporalità di un gesto. Allora improvvisamente ci accorgiamo di non essere più guardati, coinvolti da un’animosità che ci rispecchia. Siamo testimoni! Spettatori dello sguardo di un uomo che si posa “sull’atto”, sul proprio corpo teso ad agire… Scordandosi di noi e del mondo (Caldarro). La dimensione terrena viene trascesa nella rappresentazione del Cristo, non idealizzato o stereotipato, ma semplicemente colto nella sua intimità, nella propria intimistica introspezione. Ed ecco che lo sguardo si piega su se stesso! si avvolge ne silenzio dell’anima, accompagnato dalle linee curve di un corpo, trattenuto in una posa plastica madida di tensione, non più spasmodica e viscerale, bensì intimistica e cerebrale. Ancora una volta il corpo genera la narrazione di un universo interno, traduce il frammento di un stadio di isolato turbamento, in questo caso,  mistico! E’ l’uomo che plasma il suo corpo per esprimere la ricerca del mistero racchiuso dentro di sé. Ora lo sguardo osserva se stesso! Non più manifestato dalla mimica di un  volto, ma suggerito da un capo chino, riverso, tramite l’introversione plastica della figura. Questa viene addolcita da pennellate ampie e avvolgenti, che accompagnano la linearità di un andamento. E’ sussurrata, tessuta da un cromatismo che non si ferma  solo nel dettaglio, per muoversi in osmosi, seguendo lo scorrere lineare delle forme. In questa posa contenuta, dove la potenza della forza pulsa, attraverso il tracciato venoso di due mani giunte, il movimento si apre verso l’esterno, attraverso la brezza che muove due piccoli particolari, quali un ciuffo di capelli o un lembo di tessuto. E’ un’apertura verso un luogo indefinito, rasserenato dall’amalgama fluida di una luce che si fonde in un’atmosfera che tradisce smarrimento. Attraverso un processo di sublimazione, Giovanni di Stefano, con quest’opera, inizia a lasciare l’urgenza di pennellate verbose, fulgide e scattanti, perdendo così, la vivida fugacità di un colore freneticamente teso a penetrare nel profondo l’istintualità che ancora ci appartiene, con l’uso di una luce che appare come “lampo” sul nostro primigenio temperamento. Questa forza primordiale che l’artista riconosce nell’umanità intera, a prescindere dalla più semplice o raffinata  contingenza della realtà, si espande pura e travolgente, prima fra tutte nell’opera “I galli”. Questa stessa forza, traspare nella fragilità del movimento di una barca (Vascello), tradita dalla diagonale delle friabili  strutture riverse in un ondeggiamento obliquo. Una forma in “balia”, rappresentata da una descrittività  grafica e minuziosa, nell’imponderabile ignoto di una natura marina, in cui l’uomo, sempre più assente, avverte la vastità di un mondo terreno, che genera ancora una volta smarrimento.

La capacità di trasmettere l’impressione di uno sguardo, in una tela, foglio, pellicola… Dove si imprime l’impronta, quasi tattile, di un accadimento raccolto nell’interezza di un’immagine, la scorgiamo in queste opere di Giovanni di Stefano. Con tutta la maestria di un’esperienza artistica e sensibile, questo artista è capace di dare l’impressione immediata di un’inquadratura, di dare allo spettatore una unità di immagine, che racchiude in sé tutto il potenziale discorsivo di una storia. Una storia captata nell’attimo, in una forma fugace che diviene contenitore di atmosfere e sensazioni. Tutto ciò è dato attraverso la plasticità di un’azione, di un frammento discorsivo, o di un input narrativo. Grazie alla sua carriera di illustratore, l’artista ha ben chiaro il ruolo che la parola “Illustrare” richiede di assumere: illuminare, rendere chiaro e visibile e soprattutto corredare con l’immagine un testo, una sceneggiatura... Da qui si evince la  sua rara ed unica capacità di creare un linguaggio attraverso la visione, il tutto con l’immediatezza della sintesi. Ma come in ogni  racconto, ad un certo punto arriva il momento “di fermare”, modulare un intervallo, per raccogliere l’immagine nella sua pura essenza, isolarla da un dialogo che, se incessante, non porterebbe alla riflessione. Raggiungiamo così una realtà che si rende autonoma per divenire “il momento dell’assenza” di un procedimento narrativo, per imporsi come “platonica veduta”, sospesa in una dimensione atemporale, che può essere sfiorata nella contemplazione di un qualcosa di già accaduto, presente o forse perduto. E’ il momento della pausa! Limpida, tersa… Onirica. E’ la capacità della sospensione, che ritroviamo nel candore delle velate vedute di paesaggi e marine, dai contorni netti e distesi, rese da morbide e delicate stesure di un acquarello che con la generosità di ampie campiture cristalline apre orizzonti. Allora il nostro sguardo finalmente si dilata, per godere di una visione priva di tensioni e costrizioni, verso l’incontaminato

1 - Il Cristo - 89x69 - (1979) Cornice.jpg

Il Cristo
cm 69x89, 1979

2 - I GALLI - 140  x 120 -.jpg

I galli
cm 140x120
 

5 - Caldarroste 50x70 - 1980 CORNICE.jpg

Caldarroste
cm 50x70, 1980

4 - Vascello in tempesta - 40x30 CORNICE.jpg
3 - Casa sul pontile 50X70.jpg

Casa sul pontile
cm 70x50

Vascello in tempesta
cm 30x40

7 - Cavalcata_24X30 (1980).jpg

Cavalcata
cm 30x24, 1980

Stefano Di Stefano

Nella ricerca di Stefano di Stefano, si evince la capacità di esprimere idee e visualizzazioni attraverso la progettualità. Nei numerosi schizzi cogliamo la capacità di esternare la proiezione del pensiero, attraverso la fugacità del segno. Possiamo cogliere in essi una lucida abilità di captare suggestioni ed impressioni esterne, in maniera asciutta e sintetica. Nelle sue opere scorgiamo il mirabile incontro tra mente ed emozione, che si rincorrono in una danza armonica che fa vibrare il bianco di un foglio ricco di segni. Sono segni asciutti, rapidi, affannati nella ricerca di cogliere il momento esatto in cui si compie l’armonia di questa unione, tesa verso l’equilibrio. Sono immagini udite nell’interiorità della mente, che l’artista cerca di manifestare attraverso la scattante linearità di un disegno, che talvolta appare quasi come partitura semantica:  spartito musicale da codificare. Si tratta dell’eterna ricerca dell’uomo di esternare le manifestazioni di una realtà che risuona in un’intimità personale che racchiude il veduto. La dimensione dove il mondo è interiorizzato, per essere successivamente sedimentato nei sui particolari e poi trasmesso all’esterno, in tutta la sua emotiva essenzialità. La dimensione cerebrale è più acuta dove la concentrazione è focalizzata sul cogliere lo schema architettonico di un luogo, attraverso un processo di indagine che si traduce in esplorazione mentale, nell’individuazione di forme e linee portanti, che ne tengono insieme la struttura originaria. Allora vediamo un segno più denso, grafico ed elementare, in una visione d’insieme monocroma, dove il bianco acquista la dimensione di forme volumetriche in costruzione. Sono disegni minimalisti, per ricordare e soprattutto sondare la morfologia di un territorio. Ma quando appare la natura torna il suono. Riecheggia nelle fronde, nei sentieri, nei dettagli che si caricano di contenuto interiore. C’è sempre una direttiva, un occhio che direziona, per poi fondersi col veduto, perdersi nell’humus della visione che si addensa, si rischiara, si illumina… Attraverso la vibratile sensibilità di un segno che diventa tattile. Il percettivo si espande con le sue variazioni attraverso linee sempre più diversificate, che modulano l’andamento di un luogo. La maestria del disegno trapela dall’uso della tecnica a china, che piano per piano, sembra strutturare la figura. Spesso nell’impressione dei volti  scorgiamo un segno che  diventa arioso, si distende verso “l’apertura”. Si tratta di un segno misurato, che con cautela accarezza e modella la forma verso più dimensioni. E’ un segno che si insinua dolcemente tra le innumerevoli pieghe di una chioma, incurvando, avvolgendo, dilatando… E’ un segno che non ha paura del vuoto, perché sa bene che si tratta pur sempre di “spazio”. Uno spazio che per l’artista avrà sempre sapore, umore… Senso. Per questo egli lo affronta senza brama di riempire, soffocare un qualcosa che già esiste di per sé. Nei volti di Stefano di Stefano scorgiamo raffinati tocchi di segni che cesellano, con attento stupore, la sembianza estetica di un essere che articola il suo temperamento in un lento, puntuale andamento calligrafico, che culmina il suo percorso d’indagine in uno sguardo… Nello sguardo! Sono occhi frementi, colti nell’immediatezza che sottende tutta la commozione raccolta, racchiusa nella plasticità di una posa, od occhi che guardano lontano, sottendendo la prosecuzione di un altro spazio, un ”altrove” collocato nella memoria, o nella tesa attenzione di un soggetto immerso nell’osservazione di “un esterno”, un punto di osservazione sconosciuto allo spettatore ed all’artista stesso. Questo senso dell’immagine che trasmette raccoglimento e prolungamento esteriore allo stesso tempo, si evince dai numerosi paesaggi testimoni di un viaggio, meditato e riassunto dall’artista con limpida franchezza. Si evince quella chiara e sincera capacità di restituire  la realtà, che Stefano di Stefano ha potuto assorbire grazie al contributo paterno, in quella limpida e distesa sensazione atmosferica di marine e luoghi, che qui si arricchiscono di “vissuto”, memoria palpabile. Attraverso gli acquarelli, l’emotività prende forma in un brulichio di tocchi di colore, in vegetazioni lussureggianti e brillanti, pulsanti di una vita che fuoriesce dai perimetri del conosciuto, dove talvolta l’uomo e la natura si incontrano, nelle strutture di muri e palazzi come in opere quali “Praiano“ e “Lipari“. Il viaggio introiettato e rappresentato dall’artista, ad certo punto si evolve,  per andare  “nel lontano” di un mondo che cerca l’esplorazione, il non conosciuto, l’esotico, al limite dell’immaginazione che sconfina nella fantasia. Questo si evince soprattutto nella serie dei “Baobab”, tramite  un colore liberato nelle sue più fervide cromie e dal simbolismo di questo albero, monumentale accentratore di forza ed energia, dove si denota la fierezza di una natura selvaggia e fluente e dove si intravede ”l’ombra”, nella spettrale, ricercata minuta ramificazione, rivolta verso un cielo dove, incontrastato, talvolta, possiamo incontrare un arcobaleno. La più sublime ed intima ricerca di questo “lontano” Stefano di Stefano la trasmette attraverso la rappresentazione di un Cristo che guardando cerca un legame. Uno sguardo che sembra cercare, captare la stretta connessione del figlio per un padre che gli ha donato la capacità di vedere, di scrutare il mondo nei suoi più essenziali dettagli che costituiscono la più profonda realtà dell’umano.

1 - Baubab con arcobaleno.JPG

Baubab con arcobaleno

57 Hebron 31 x 39 -  2000.JPG

Ebron
cm 39x31, 2000

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Alberi Ovindoli
cm 31x39

76 - La fontana Rocca di Mezzo 31x39 - 2003.JPG
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Santa Marinella
cm 35x25, 2007

La fontana di Rocca di Mezzo
cm 31x39, 2003

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Veduta Ovindoli
cm 35x25, 2006

Pagina a cura di Tiziana Rasile

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